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Il paese di Cappadocia, in
Provincia dell’Aquila, è sorto in età medievale, sviluppandosi e dando luogo
ad una configurazione urbana che dalla base, rappresentata dalla linea delle prime
case dell' abitato (i borghi di Vallefredda
e dell'Orto Pompilio), tende poi a chiudersi nei pressi della sommità (all'
altezza del Piazzale e dell' odierna Chiesa di Santa Margherita). E' situato
a 1108 metri di altezza sul livello del mare, ed è
adagiato su un pianoro naturale alle falde del Monte Camiciola. Da questa
invidiabile e privilegiata posizione panoramica domina sull'
incantevole valle sottostante, lungo la quale scorre il fiume Liri, le cui sorgenti sgorgano alle pendici del paese.
E’ uno dei comuni abruzzesi della sub-regione della Marsica, confinante con il Lazio e la Provincia di
Roma.
Dista
dalla Capitale meno di 100 km., ed il tragitto che
lo divide da questa lo si può percorrere in automobile in meno di un' ora
grazie al favorevole collegamento attraverso l'Autostrada A24 Roma-L'Aquila, con uscita al casello di Tagliacozzo.
DAL NEOLITICO AL MEDIOEVO
Questa area risulta essere stata insediata dall’uomo fin
dall’Età Neolitica, come testimoniano quei reperti archeologici che numerosi
(rozze stoviglie di creta, armi di selce, ed un osso occipitale umano
probabilmente usato come lisciatoio, oltre ad ossa e denti dell’Ursus Spelaeus, l’estinto orso delle caverne) sono stati
indagati da Giustiniano Nicolucci nel 1877, e
rinvenuti all’interno della Grotta Cola, nei pressi di
Petrella Liri (G. Nicolucci, La grotta Cola
presso Petrella di Cappadocia, Napoli, 1877).
Altri e più recenti ritrovamenti relativi
a reperti dell’Età del Bronzo, sono stati rinvenuti all’interno delle Grotte di Beatrice Cenci, e nella Grotta “La
Dama”, sita al di sopra delle Sorgenti del Liri.
La zona era frequentata anche in epoca romana, e
probabilmente si trovava in territorio “Equo” e poi nell’Ager Albenses. Presso Petrella Liri,
nelle zone di San Pietro e Fonte Nina, ci sono tracce di insediamenti
romani, costituite da mura, resti di ville rustiche o fattorie, oltre a
numerosi laterizi ed elementi fittili. Inoltre oggi è accertata la presenza
di una struttura romana, un invaso sul fiume Liri,
all’altezza dell’ex officina. Di questo invaso o sbarramento è tuttora ben
visibile il muro in “Opus Cementitium”,
con i contrafforti e la
chiusa sul fiume con grossi blocchi squadrati, scanalati verso la parte
esterna. Rimane ancora il mistero della necessità dell’opera, delle finalità
e di chi la utilizzasse. Inoltre, dalla presenza di altri blocchi e resti, si presume la presenza di un
ponte sul Liri.
Sin da epoca romana la nostra
è stata terra di transumanza orizzontale verso la Campagna Romana. Questa la si raggiungeva attraverso la vicina via Tiburtina-Valeria, e dal diverticolo della via Traiana che metteva in comunicazione Subiaco
con Marruvium, attraversando l'alta valle dell'Aniene, il Monte Autore (Petra
Imperatoris), il Santuario della SS. Trinità ,
Cappadocia, Monte Girifalco e scendendo poi per i Piani Palentini,
ed Alba Fucens. Su questo tracciato è ubicato, inoltre, l'antico insediamento di Morbano che potrebbe rivelarsi un insediamento medievale
su un primo “Ocres” Equo.
Il
territorio di Cappadocia e le sue sorgenti del Liri
potrebbero, per la presenza di acqua e per la loro
natura geografica di area di passaggio sulla direttrice Cassino - Valle
Roveto – Carsolano, rivelare dei cenobi Benedettini
legati al passaggio di Monaci Basiliani, che
interessò soprattutto l’Italia meridionale durante l’VIII secolo d.C., a seguito dell’invasione araba e della persecuzione
iconoclasta che imperversava nell’Impero Bizantino. Infatti
i toponimi Cappadocia - San Biagio - Santa Margherita - San Tommaso sono
tutti di origine Orientale e una cella dedicata a San Biagio è certa nel
territorio di Castellafiume. Tutta la toponomastica
di Cappadocia sembra rimandare alla più nota Cappadocia anatolica.
Gli stessi San Biagio e Santa Margherita, i santi
protettori del paese, nacquero, vissero e consumarono il loro martirio nella
citata regione orientale (nell’odierna Turchia). Probabilmente i lontani
fondatori di Cappadocia portarono con loro, esuli in territorio abruzzese, il
culto dei santi martiri venerati nella loro terra d’origine, la Cappadocia
dell’Asia minore. Persino nei nomi propri di persona sembrano cogliersi gli
echi di questa lontana origine e provenienza. Piuttosto comuni sono nomi
propri quali Basilio, come il fondatore dell’ordine dei monaci basiliani, padre e dottore della chiesa e patriarca del
monachesimo orientale, e cioè Basilio il Grande (Cesarea
di Cappadocia 329 ca.- 379) o Basilio di
Cappadocia, oppure più comunemente noto come San Basilio. E
non mancano nomi propri di persona quali Armenio, Armenia e persino Anatolia.
Non si hanno, comunque, notizie documentate relative al borgo di
Cappadocia fino al 1.187 circa, quando nella Bolla inviata dal Papa Clemente
III ad Eliano, Vescovo dei Marsi, viene citata la
Chiesa di San Biagio e Santa Margherita in Cappadocia: “Sancti
Blasii. Sanctae Margheritae in Cappadocia” e nell’Elenco: “Ab
Ecclesia Sancti Blasii, grani cuppas sex; Ab Ecclesia Sanctae
Margheritae, grani cuppas sex”.
Nella stessa Bolla di Clemente III vengono anche
nominate Sant'Angelo e San Giovanni in Petrella.
In un
altro elenco di edifici di culto, addirittura
precedente, viene citata una Chiesa di San Germano in Petrella Romani. Segue
il testo: “l’Abate Aligerno
di Montecassino concede a livello al conte dei Marsi Rainaldo il Monastero di Santa Maria
di Luco con tutti i suoi possedimenti tra cui: “…Sancti
Germani in Petrella Romani. Omnes istae ecclesia, cum universis possessionibus et pertinetiis earum mobilibus et immobilibus precito monasterio antiquitus pertinuerunt…”, nonché la Chiesa
di San Pietro in Petrella. L’Abate Umberto acquista una chiesa nella valle di
Nerfa presso la Rocca di Petrella: ”Acquisivit in
valle nerfa ecclesiam unam,
vocabolo sancti Petri, positam iuxta roccam que Petrella vocatur, cum casis, terris, vineis, libris, paraturis, animalibus et cum omnibus bonis suis….” E di cui è noto il sito e sono
evidenti tratti di murature.
L’alta
Valle del Liri è sempre stata, per i sovrani, una
zona di particolare importanza, essendo di confine con lo Stato Pontificio. Infatti nei testi e negli studi sui siti fortificati e sui
castrum di epoca medievale relativi a questa
località, vengono riportati ben quattro centri fortificati, tutt’oggi evidenti: Castello della Ceria,
Rocca di Petrella-Verrecchie e Girifalco presso Pagliara.
Altro sito fortificato anche se non riportato nei testi, ma tutt’ora
evidente, è quello di Rocca Morbano, del tutto
simile al Castello della Ceria.
Nel
Medioevo l’abitato di Cappadocia si è sviluppato su un piano naturale alle
falde di Colle Secco, intorno al Castello, che benché non più visibile, catastalmente è ancora evidente
nella sua posizione. “Castrum Cappadoci”, nel 1271 è citato nell’elenco dei
castelli di confine più importanti da riparare, che fece redigere Carlo I D’Angiò (che a Cappadocia vi fosse veramente un castello
non è comunque certo. Infatti
nell’epoca in cui fu redatto l’elenco angioino, si
era soliti designare con il termine castrum,
non soltanto una Rocca o un castello vero e proprio, ma ogni abitato che
fosse circondato da mura. Comunque a Cappadocia c’è
una via del Castello, nei pressi della Chiesa di San Biagio).
Successivamente la storia del borgo, durante il
Medioevo, è correlata a quella delle più potenti famiglie aristocratiche
dell’area Marsicana.
Cappadocia
ha infatti seguito le vicende della Contea dei Marsi e del Ducato di Albe e Tagliacozzo, appartenuto
alle famiglie DE PONTIBUS , agli ORSINI, ed infine ai COLONNA .
Molto
brevemente riassumo le vicende salienti che segnarono il periodo del
passaggio del Ducato di Tagliacozzo dagli Orsini ai Colonna: attorno al 1489, Tagliacozzo e il suo ducato
erano stati assegnati ai Colonna da Renato d’Angiò.
Intanto gli Orsini, nell’intento di recuperare
il vecchio possedimento, strinsero alleanza con Alfonso II, figlio di Ferdinando I
d’Aragona. Alfonso riuscì a conciliare le suddette famiglie, e si giunse alla
restituzione del Ducato di Tagliacozzo a Virginio Orsini.
Ma la pace, ed il ritrovato possesso del ducato
durarono ben poco. Infatti Papa Alessandro VI,
avverso ad Alfonso II, chiamo Carlo VIII di Francia, il quale fu sollecito a
varcare le Alpi e scendere in Italia. Il Papa pentitosi nel frattempo
dell’invito al Re francese e nel tentativo di porre un argine all’invasore,
si pacificò con Alfonso II. Questi però intimorito
dall’avvicinarsi dei francesi in Napoli, si ritirò in convento a Messina, ove
poco dopo morì, il 19 novembre 1495. Carlo VIII fece quindi il suo
ingresso vittorioso in Roma, e fu a questo punto che Virginio Orsini, tradendo l’alleanza con Alfonso II e con il Papa,
passò alla sua dipendenza. Ma la fortuna non arrise
ai francesi, e Carlo VIII, abbandonato dal Papa, dai Principi che lo avevano
accolto, e da Ludovico il Moro che lo aveva spalleggiato, fu cacciato e
costretto a tornare in Francia. Fu a questo punto che Alessandro VI non volle
passare sopra alla infedeltà di Virginio Orsini. E se nel 1503 il ducato di Tagliacozzo era ancora
posseduto dalla famiglia Orsini, fu allora che Alessandro VI, di concerto con Federigo
d’Aragona, ne dettero l’investitura ad Odoardo
Colonna, al quale poco dopo successe Fabrizio Colonna. Come riporta il libro
“Storia di Tagliacozzo”, di G.Gattinara, riproponendo un testo del ‘600: “Questi [Fabrizio
Colonna] vinse gli Orsini d’intorno a
Tagliacozzo, dove con la strage di molti Cavalieri e di otto Capitani, restò
preso Paolo Vitelli di Giacomo con ottanta cavalli, ed inalberate in tutti i
luoghi della Provincia le insegne vincitrici, gli antichi suoi domini di Albe
e di Tagliacozzo tornarono all’ubbidienza”.
L’aria
è salubre e rigida con inverni lunghi e freddi. A Cappadocia, edifici degni
di nota sono il Palazzo Baronale, sito sotto la Chiesa di San Biagio, con un
bellissimo portale in Pietra ed immagini dei quattro evangelisti ed il
Convento delle Suore Trinitarie. A Petrella Liri,
invece, nonostante i danni del terremoto del gennaio 1915, sono ancora
evidenti palazzi del XVII secolo, con portali, finestre e balconate
importanti (Palazzo Troiani, Basile, dei Galanti), ed un tratto di muratura
della Torre Rotonda. Altro edificio di pregio è sito nel paese di Verrecchie,
ed è la Chiesa di Sant’Egidio, di
origine cistercense con importanti affreschi, salvi grazie ad un
intervento di restauro. La presenza di questa chiesa è
documentata dalla Bolla di Clemente III del 31 maggio 1188 con queste parole:
“Sancti Antonimi, Sancti
adica cum titulis suis – in Verecle” e nell’Elenco con queste altre: “Ab Ecclesia S. Aegidii de Vereclis, grani quartarium unum”. Verrecchie, oggi frazione di
Cappadocia, sembra aver avuto una unione più con il
territorio di Tagliacozzo che con Cappadocia e Petrella Liri,
fatto provato oltre che dagli accenti dialettali simili, anche dalla presenza
sia a Verrecchie che a Tagliacozzo di una chiesa dedicata a Sant’Egidio Abate. Altro indizio si trova nella raccolta
delle decime del 1308 ove si vede unita la Chiesa di Verrecchie con quella
dell’Oriente: “In episcopatu morsicano. Clerici Verecularum pro ecclesis eiusdem loci et ecclesia S.Marie
de Orienta tar.X gr.X”.
Altro indizio in un manoscritto del ‘300 presso la
Diocesi di Avezzano: “In subsidium
caritativum Ab ecclesiis verecularum et oriendis aurei flo tres.”
Per concludere con le notizie
relative all’età medievale riporto un elenco del Re Federico d’Aragona,
datato al 6 luglio 1497, il quale enuclea i paesi sui quali Tagliacozzo aveva
il primato feudale (elenco riportato nel libro Storia di Tagliacozzo
del sacerdote e storico Giuseppe Gattinara): “Carsoli,
Oricola, Roccadebotti, Collefegato, Castel Manardo, Teraco, Spidino, Cerchio, Colli, Pietra Venola,
Cappadozio (quasi sicuramente Cappadocia),
Rocca di Cerro, Alto Santa Maria, Castel Vecchio, Scanzano, S.
Donato, Poggio Filippo, Castel Palea,
Marano, Scurcola, Colle di Luppa,
Colle, Barocchio, Pireto,
Alba, Cappella, Tarasco (forse Trasacco), Patocchio, S. Natolia, Corvaio, Magliano, Succe, Avezzano, Canistro, la Meta,
Civita d’Antina, Civitella,
Castel di Carlo, Castello in fiume, Cese, Bocca di sopra, Girguto,
Rocca, Randisio, Poggio S. Giovanni, Radicaria, Torre di Taglia, Capradosso,
Luco…”.
ETA’ MODERNA
Giungo
ora alle notizie relative all’Età Moderna.
Nel relievo conservato a Napoli comprendente l'introito della
Dogana e pascolo dell'erbaggio nello Stato di Tagliacozzo nell'anno 1716, viene testimoniata la presenza di 12.250 pecore e 744
cavalli per soli 5 paesi; Carsoli, Tagliacozzo,
Cappadocia, Roccacerro e Petrella. Di questi
animali gli ovini appartenevano al 90% alle famiglie Colonna, al cardinale Astalli, alle principesse di Sonnino
e di Zagarolo . Dei 744
equini solo 116 fanno parte delle masserie di pecore gli altri 628
appartengono a quei paesi che il relievo Napoletano
definisce “Cavallari” e cioè
Cappadocia-Petrella e Roccacerro. Alla dogana di
Tagliacozzo transitavano anche animali di località del versante Laziale dei Simbruini quali Filettino, Subiaco, Serrasecca e Vallapietra.
Nel censimento del 1796 Cappadocia contava 1469
abitanti, Petrella 915 e Verrecchie 250. Gli abitanti
secondo quanto riportato nel dizionario del Giustiniani
“ vendono latticini a Tagliacozzo, L'Aquila e nello stato Romano”. La
popolazione da quella data è andata scendendo di anno
in anno con una costante emigrazione, che a differenza di tanti paesi
Abruzzesi si è svolta principalmente verso Roma. Tale motivazione va
ricercata nella transumanza, nella pastorizia nell'allevamento equino e nel
lavoro con gli equini che ha sempre portato i nostri
antenati ad avere contatti e rapporti di lavoro con la Capitale.
NOTIZIE TRATTE DALL’OPERA “STORIA DI TAGLIACOZZO”,
di GIUSEPPE GATTINARA
Dal libro del Gattinara (sacerdote e storico, autore nel
1894 di una “Storia di Tagliacozzo”, ristampata nel 1999 e disponibile
nelle librerie del posto) sappiamo molte cose interessanti attorno alle
vicende e agli avvenimenti passati relativi al territorio della Marsica.
Leggiamo ad esempio che nel 1500 “…un morbo epidemico
e contagioso, del quale s’ignora il nome, infierì da per
ogni dove, senza risparmiare queste contrade. Ribelle ad ogni rimedio,
mieteva a centinaia le vite, e quel che più monta, medici,
parroco ed assistenti non potevano avvicinarsi ai colpiti senza il
certo pericolo di contrarre il malore. Per lo che gli alimenti, i farmaci e
gli stessi conforti religiosi si apprestavano agli infelici col mezzo di una
canna a rispettiva distanza…”.
Nel 1656 “…la peste orientale così detta perché
originaria dell’Etiopia o dell’Egitto, assalì novellamente e con maggior
furore le morsicane contrade. I suoi sintomi erano
bubboni, pustole maligne, petecchie e carboncelli su varie parti del corpo e
segnatamente sui gangli linfatici. Per questa epidemia
il villaggio Gallo restò del tutto deserto, ed in quello di San Donato
sopravvissero solo otto persone. Nella seconda Domenica di maggio di ogni anno il popolo di Tagliacozzo accede
processionalmente al Santuario di Oriente a sciogliere il voto fatto in
questo frangente…”.
Nel 1779 “…una siccità generale sterilì
le campagne in guisa che non si ottenne ricolto di sorta, e i commestibili di
prima necessità furono venduti a prezzi favolosi…”.
Nel 1815 “…nel giorno 29 agosto un uragano violento
imperversò sopra questo paese [Tagliacozzo] e territorio. Fu sì
devastante che trascinò travi, legni, e pietre, sradicò alberi, abbatté muri
di cinta nei giardini, straripò il fiume e seco
travolse bestiame, combustibile e quanto incontrava. Questo ciclone è
ricordato col nome Diluvio di S. Sabina.”.
Nel 1817 “…dalla metà di dicembre 1816 fino ai 13
maggio 1817 non cadde goccia di acqua che valesse ad
alimentare i seminati tutti…”.
Nel 1852 “…nessun vecchio ricordava la gran copia di
neve caduta [a Tagliacozzo] negli ultimi quattro giorni della
settimana santa, 10 aprile. Superò l’altezza di metri due all’aperto, ma
nelle vie interne, per lo scarico dei tetti che si dové
fare tre volte, si rientrava, in talune abitazioni, per le finestre del primo
piano.”.
E così via, continuando ancora.
Ancora nel 1823, scrive il Gattinara “…niun paese marsicano godeva la
pubblica illuminazione notturna…”. La presenza del torrente Imele, la cui acqua precipita da
sufficiente altezza suggerì l’idea di collocarvi una macchina motrice in
grado di creare l’energia elettrica. Fu così che nel giorno “…2 ottobre
1888 si festeggiò l’inaugurazione di questa luce [a Tagliacozzo],
prima ad essere introdotta nella nostra Provincia…”, dal che si evince che a quella data, a Cappadocia, ancora non vi era
la luce elettrica pubblica e che si dovette attendere ancora qualche anno
prima di averla.
Sempre il Gattinara ci informa
che nel 1894 a Tagliacozzo si festeggiò il terzo cinquantenario dalla
incoronazione dell’immagine della Vergine di Oriente. Si dovette trattare di
una festa molto solenne, che coinvolse tutti i paesi limitrofi al territorio
di Tagliacozzo. Il testo riporta quanto segue: “…all’albeggiar del sabato
8 [settembre – n.d.a.], si accedè al santuario per trasportare la sacra Icona, e
ventidue confraternite, fra le cittadine e le frazioni circostanti, con i
rispettivi parroci e popolazioni, accorsero processionalmente per tale
cerimonia sacra. Tutte procederono lodevolmente, ma le quattro congreghe del
Comune di Cappadocia primeggiarono su tutte, non solo per i ricchi indumenti,
ma anche per l’ordine, la decenza e la nettezza dei confratelli tutti…”.
E più avanti, riferendo di una circostanza che fu causa di contrasti tra i
cittadini di Tagliacozzo e quelli della frazione Villa San Sebastiano: “…il
trasporto dell’effegie di Oriente
in Tagliacozzo non è frequente, né in epoche determinate, ma solo per
circostanze di calamità pubbliche, o di solenni ricorrenze, e fu sempre
diritto del clero portare la macchina a quattro aste, per decenza alla cosa
sacra, e per decoro del paese. Così ritenevasi dovesse procedersi
anche in questo anno, allorché alcuni Tagliacozzesi furono adunati in sagristia
per portare l’effigie. A costoro furono messi a fronte otto individui di
Villa San Sebastiano, eccitati per lo scopo stesso, e s’invitarono paranco i congregati
di Cappadocia, i quali, saggi e prudenti, non vollero prendere parte…”. Padre
Giuseppe Gattinara doveva avere in simpatia e in considerazione i cappadociani, visto che ne
scrive sempre in termini lusinghieri.
E’ ancora dallo stesso libro che leggiamo che “…per
accrescere e migliorare sempre più il commercio, una legge provvidenziale
ordinava l’apertura di vie rotabili non solo fra regioni, circondari e provincie, ma anche fra comuni…in ultimo si costruì
quella per Cappadocia, la quale ha pur anche il vantaggio di toccare il
caseggiato di questo nostro paese [Tagliacozzo] in due punti dell’alto
di esso. Michele Serpe di Arce ne fu l’appaltatore, ma ora, comeché
le opere dell’uomo dovessero durare eternamente, nessun Municipio ne cura il
mantenimento, nonostante costruita nel 1885…”.
Sempre dallo storico marsicano sappiamo che il 28 luglio
1888 s’inaugurò a Tagliacozzo la ferrovia, aggiungendo che “…erano le
11,20 ant. Allorché giunsero col primo convoglio inaugurale S. E. Grimaldi Ministro dei Lavori Pubblici, alcuni Senatori,
parecchi Deputati al Parlamento…” seguiti da “…un secondo convoglio
con ventidue vagoni portanti il Vice Sindaco e la Giunta di Roma…” e
aggiunge inoltre che “…mentre una volta si giungeva in Roma dopo un
pedestre e disastroso viaggio di tre giorni, mentre dal giugno 1882 vi si impiegavano dieci ore per la Provinciale, oggidì si
spendono scarse quattro ore in ferrovia. Tanto si è accorciata la strada!…”.
Chissà cosa penserebbe oggi sapendo che con l’automibile, percorrendo l’Autostrada Roma-L’Aquila,
si giunge nella Capitale in meno di un’ora.
Per chiudere, il bel libro di Giuseppe Gattinara ci informa che nel 1894 il Comune di Cappadocia faceva
parte del Mandamento di Tagliacozzo. Dal testo: “…Cappadocia con le
frazioni Petrella-Liri e Verrecchie con anime 2246
dista chilometri 11,300 [da Tagliacozzo].”.
IL NOVECENTO
Il
terremoto del 1915 inferse un duro colpo al paese, distruggendo quasi
completamente l’antica chiesa di Santa Margherita, poi ricostruita
nell’odierna area.
Dalla metà del Novecento, a causa
del fenomeno dell’emigrazione, la popolazione residente cala bruscamente. I mestieri tradizionali cadono
in disuso, e gli uomini, che fino ad allora avevano
vissuto dei prodotti dei boschi, della pastorizia, della caccia e
dell’agricoltura, cercano altrove condizioni di vita migliori.
Oggi il paese conta circa 500 residenti, e grazie
all’aria salubre, alla tranquillità e alla incomparabile
bellezza della natura circostante, è un’ottima località dove trascorrere la
villeggiatura.
Le notizie storiche qui riportate sono state liberamente
tratte dalla bibliografia locale esistente (Grossi, Somma-Saladino, Quilici, Di Pietro, Gattinara), e in parte dal testo Storia
di Tagliacozzo, di Giuseppe Gattinara.
Ringrazio inoltre il Sig. Mario Ferrazza per avermi
fornito una parte del materiale utile
alla ricostruzione delle vicende storiche del territorio di Cappadocia.
Il significato
del nome dei rioni di Cappadocia
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