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I Buoni Fanciulli
di don Calabria, fecero la loro prima apparizione a Cappadocia nell’
anno 1956 , venivano nel periodo
estivo durante le vacanze ed erano ospitati nel palazzo delle scuole comunali, concesse loro dal comune di Cappadocia; la gente di
Cappadocia li accolse subito bene
perché con la loro presenza rianimavano il paese, sia dal punto di vista
religioso, con l’animazione delle celebrazioni eucaristiche, sia dal punto di vista sociale, con l’
assistenza a tutti i malati
ai quali facevano visita. Nel paese si era innescata una gara di
solidarietà per aiutare questi
ragazzi, la maggior parte dei quali erano orfani e bisognosi: proprio verso
ragazzi come questi, l’opera di don Calabria ha sempre rivolto la sua attenzione; toglierli dalla strada,
farli studiare, dargli un’impronta spirituale che li accompagnasse per tutta
la vita e insegnare loro un mestiere.
Si era venuto a
creare così un ottimo rapporto tra la gente e questi ragazzi
cosicché don Giovanni Orlandi, superiore della casa Buoni Fanciulli di
Grottaferrata, con l’aiuto della Santissima Provvidenza, di una benefattrice che gli donò il
terreno e di un benefattore costruttore che realizzò il progetto, nell’anno
1963 dopo tanti sacrifici,
riuscì a dare a questi ragazzi una casa vacanze
tutta per loro, casa che
tutt’oggi si trova li in via
don Calabria, strada a lui
dedicata.
E’ proprio nel secondo anno della presenza dei Buoni Fanciulli a Cappadocia, che don Calabria fece il suo primo miracolo; pensate
lui che a Verona aveva
vissuto e realizzato tutta la sua opera , per il suo
primo miracolo, sceglie il paese più
sconosciuto Cappadocia.
IL MIRACOLO
Lo fece a un
povero vecchietto di 72 anni, un taglialegna che viveva, sposato senza figli,
a Cappadocia , in provincia de
L’Aquila . Si chiamava Liborio Testa e stava per morire per cirrosi
epatica.
Il 12 novembre
1957 il povero Liborio era stato fatto
<< ricoverare d’urgenza
all’ospedale di Tagliacozzo dal suo medico condotto, perché –
testimoniò lo stesso medico nel processo – affetto da cirrosi epatica con
ascite >>.
Nell’ ospedale
i medici gli avevano inutilmente praticato tutte le terapie del caso, e il
povero Liborio, per un atto di pietà , il 24 dicembre veniva mandato << a morire>> a casa sua, dopo
avergli praticato l’ ultima e ottava paracentesi, con la quale, come nelle
precedenti, gli avevano estratto dai
10 ai 12 litri di acqua.
Ma appena a
casa il ventre gli si era gonfiato ancora enormemente, tanto da impedirgli la
funzione respiratoria.Non poté essere trasportato e messo sul suo letto, al
primo piano della vecchia e fredda casa di Cappadocia, a 1100
metri d’altezza, ma gli
unirono alcuni seggioloni al pianterreno, accanto al caminetto acceso, e ve
lo sdraiarono. Al povero Liborio, senza più nessuna terapia, non rimaneva altro che aspettare la morte.
Ma la moglie,
nella disperazione, ebbe la felice idea di ricorrere a una sua amica, la
signora Florinda Romani .
Questa, cerca
di consolarla e poi … un’ ispirazione
:
<< Perché
non ricorriamo a don Calabria ! E’ un
santo ! E’ l’ unico che può aiutarci.
Và a casa e io
ti seguo con una sua reliquia e con
una preghiera per domandare la sua intercessione >>.
E’ la notte del
27 dicembre 1957. Il povero Liborio è in agonia. Gli mettono una immaginetta
di don Calabria con reliquia sul
corpo e cominciano a recitare la preghiera che c’è nel retro dell’immagine .
Miracolo !!
<< Dopo un po’ – racconta il miracolato –
ebbi necessità di fare un bisogno e con mia meraviglia e dei presenti, la
pancia si andava svuotando e scomparve
l’ affanno .
Riacquistai le
forze sentendomi d’ essere come
nulla avessi avuto
>>.
Da allora in poi
il Liborio non si ammalò più e riprese i lavori di taglialegna, non
badando né a fatiche, né a dieta di alimentazione.
Morì di
trombosi cerebrale il 24 febbraio 1968, all’ età di 83 anni .
I medici scelti
dalla Congregazione per le Cause dei Santi per esaminare questo caso, nella Consulta
Medica del 2 luglio 1986, dopo un attento esame delle cartelle
cliniche e dei giudizi dei medici che avevano avuto in cura l’ infermo, dichiararono che questa
guarigione improvvisa, perfetta e duratura, da una malattia che doveva
portare fatalmente alla morte, non si poteva spiegare scientificamente .
E i Teologi Censori , il 19 dicembre,
conclusero che quella guarigione era un
<< miracolo >>
. Il 16 marzo 1987, infine , il Santo Padre Giovanni Paolo II , ordinò la
lettura del Decreto sul miracolo,
aprendo così la via alla Beatificazione .
La
Beatificazione di don Calabria , fu proclamata nella maestosa e solenne
cornice dello stadio ‘’ Bentegodi ‘’
di Verona il 17 aprile 1988 da
Sua Santità Giovanni Paolo II. Il Papa l’ aveva annunciata con
una ‘’Lettera Apostolica ’’ che cominciava con una frase di San Paolo
molto cara a don Calabria:
‘’ Dio ha
scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto
ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel
mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose
che sono ‘’
cfr. 1 Cor 1,
27,29 ).
Breve
biografia di don Calabria
Un ragazzo che trovò la sua strada
Di Vittorio De Bernardi
S.J.
—
Va’
via, va’ a fare il prete, che non sei buono ad altro!...
Con queste invettive concitate il padrone di Giovannino gli mollava uno
scapaccione e lo metteva definitivamente alla porta.
Col grembiule di bottegaio infagottato sotto il braccio Giovannino si avviò
verso casa rimuginando pensieri amari: sì, l’aveva fatta grossa più delle
altre, aveva imbrattato in modo irrimediabile un diploma che gli avevano dato
da mettere in cornice... Eppure ce la metteva tutta, nel suo lavoro. Che
colpa ne aveva lui se la mente gli andava via, se talvolta il vetro che
teneva tra le mani gli sfuggiva e andava in frantumi? Per quel lavoro non si
sentiva tagliato, ecco tutto.
Intanto però bisognava tornare a casa senza lavoro. Come sarebbe rimasta la
mamma, che dopo la morte del marito viveva nella miseria con tre figli a
carico?
Comunque lui voleva essere prete, e non ne faceva mistero a nessuno. Non alla
maniera intesa dal bottegaio, ma prete che si sacrifica intorno alla
difficile pasta umana, per renderla migliore, per portarla a salvezza. Che
importava a lui dei vetri e delle cornici, quando fuori c’era un mondo che
bruciava, c’era povertà e miseria a non finire, soprattutto quei figli di
nessuno che vagavano per il mondo pallidi e consunti in cerca di pane e di
amore?
Quanto alla mamma, Giovannino sapeva che l’avrebbe capito. Con questi
pensieri si trovò davanti alla porta di casa ed entrò.
Mamma Angiolina non ebbe bisogno di molte spiegazioni: l’ora insolita del
rientro e quel fagotto sotto il braccio del figlio parlavano da sé. Mamma e
figlio si guardarono nella penombra di quella stanza povera e buia, poi mamma
Angiolina sospirò:
— La Provvidenza non ci mancherà...
I sette guai di Giovannino
Non era la prima volta che
veniva licenziato, Giovannino.
Quando il babbo era morto, e lui aveva tredici anni, aveva dovuto
interrompere la seconda ginnasiale e mettersi a guadagnare qualcosa per la
famiglia rimasta nella miseria. Fu così che era stato assunto come commesso
in un piccolo negozio di oggetti vari gestito da un ebreo.
Idealista com’era, Giovannino era più preoccupato di convertire il suo
padrone alla fede che di lavorare. Un giorno salì su una sedia e tenne un
sermone al suo principale su Gesù Messia e Redentore al quale tutti devono
credere per salvarsi. Poi tornò alla carica altre volte.
Il padrone sulle prime lo ascoltò divertito, e poi lo mandò fuori dai piedi.
Povero Giovannino, che disgrazia nascere sognatori, soprattutto in un
ambiente come il suo, dove tutto sembrava andargli a rovescio!
Fin da bambino infatti la sua famiglia fu perseguitata dalla povertà: il papà
tirava avanti a fatica col suo deschetto di calzolaio, e la malferma salute
lo portò presto alla tomba; la mamma dovette faticare come lavandaia e
stiratrice per arrotondare un pochino le entrate; poi c’era la Barbara, una
donna anziana, entrata in casa chissà come: probabilmente perché solo chi è
veramente povero è in grado di pensare che altri sia più povero di lui e di
aprirgli il cuore. Poi c’era Teresa, la sorella, e Gaetano, maggiore di lui.
Questa povertà Giovannino l’aveva sentita mordace fin dal giorno della sua
prima Comunione. A Verona in un’occasione così singolare per la vita di un
fanciullo la tradizione voleva che il padrino regalasse al suo pupillo un
orologio.
— Fa’ vedere il tuo orologio, Giovannino! — gridarono i compagni appena
usciti dalla chiesa dopo il rito, mostrandosi a vicenda gli orologi avuti dai
padrini.
Giovannino rivolse lo sguardo smarrito al padrino, non sapendo che risposta
dare. E il padrino lo tolse d’impaccio mostrando col dito l’orologio sul
frontone del palazzo Portalupi:
— Il tuo orologio è quello là...
Più tardi Giovannino vide i pochi oggetti di casa portati al Monte di Pietà.
Vide bazzicare per casa gli illustri signori della Conferenza di San
Vincenzo, e non dimenticò più che un giorno uno di quei signori andò a
scoprire la pentola per indagare che cosa contenesse, e che un altro di quei
signori mortificò il suo papà perché fumava.
E una volta, e poi un’altra ancora, dopo la morte di papà, dovette spingere
per i viottoli di Verona il carrettino con le poche masserizie tarlate, in
cerca di un nuovo alloggio, offerto alla famiglia per la carità di un prete.
Sloggiarono dapprima nei locali adiacenti alla chiesa di S. Lorenzo, poi
furono accolti dalla carità di una buona famiglia.
Ma che fare ora, che Giovannino era stato ributtato nella propria casa senza
lavoro?
La mamma si consultò con Don Scapini, il generoso rettore della chiesa di S.
Lorenzo, il quale già si era interessato di provvedere all’alloggio di quella
famiglia sfortunata.
— Giovanni è deciso di farsi prete. Ebbene, lo sarà. Lo tenga pure a casa, la
mamma, e se ne serva per le faccende che a lui si confanno. Gli lasci però il
tempo di studiare. Penserà lui, Don Scapini, a prepararlo al seminario.
Così cominciarono subito le lezioni. Ebbe libri e maestri gratis, e sebbene
la scuola non potesse essere regolare, tuttavia al termine dei tre anni
Giovanni fu giudicato pronto per gli esami. Li diede il 10 novembre 1892, e
fu promosso.
Così poté frequentare regolarmente il seminario come esterno. Ma gli anni di
studio trascurati, la fatica di quattro viaggi al giorno per recarsi alla
scuola, la denutrizione, le preoccupazioni per le fatiche della mamma e altri
non piccoli guai gli resero difficile mettersi al passo dei compagni.
Giovanni arrancava, arrancava a fatica. Ma nonostante tutto poté cominciare
la terza liceo.
I superiori erano molto incerti sul suo conto, erano divisi tra loro. E
Giovanni doveva subire anche questa umiliazione.
Che cosa decidere di questo giovane che ormai aveva compiuto i vent’anni?
— Lo si vedrà dopo il servizio militare...
lI soldato Calabria
E venne il tempo di fare il
soldato.
Con quel temperamento, è evidente, Giovanni Calabria non era tagliato per il
servizio militare nonostante che ci mettesse tutta la buona volontà, e forse
anche perché ce ne metteva troppa, del soldato non poteva uscirne che la
caricatura.
Gli capitò di perdere per strada l’otturatore del fucile. Gli capitò perfino,
durante una parata militare in Piazza d’Armi di Verona — dove era stato
destinato — di rimanere imbrogliato nell’inastare la baionetta al momento del
« presentat’arm » sotto gli occhi del comandante supremo: i secondi passano,
lui suda, si imbroglia, perde il controllo, i movimenti si fanno goffi e
maldestri mentre la baionetta luccica sinistramente al sole sotto gli sguardi
di tutti! Il giorno dopo, naturalmente, arriva la nota di biasimo del comandante
per l’intera compagnia di sanità con l’invito a punire il colpevole.
Per colmo d’ironia — non certo per meriti di spirito militaresco — fu fatto
perfino caporale! Capacità disciplinare zero assoluto: tanto è vero che una
volta, precedendo un plotone che doveva spalare la neve, voltatosi allo «
squadra alt » si accorse che i suoi commilitoni se l’erano svignata alla
chetichella, lasciandolo solo all’improba fatica. E un’altra volta rischiò di
essere consegnato perché il tenente si era accorto che i suoi soldati non
erano a letto, ma avevano camuffato la loro assenza mettendo tra le lenzuola
e i cuscini i propri zaini.
Eppure il soldato Calabria era benvoluto da tutti, come diceva lui stesso: «
Sono stati gli anni più belli della mia vita ». Se l’aspetto militaresco non
gli era affatto congeniale, la naia gli offriva tuttavia un campo molto vasto
di espansione in ciò che costituiva la sua forza personale: il calore umano,
la passione per le persone.
— Mi sono accorto — dirà — che nel soldato è nascosto il fanciullino, che
lontano dalla propria casa ha ancora bisogno della mamma.
Soprattutto se il fanciullino era malato. Per sua fortuna il soldato Calabria
fu assegnato alla compagnia di sanità dell’ospedale militare di Verona. Lì si
fece un nome per la sua bontà, per l’amore veramente materno con cui si
prodigava per quei giovanottoni ammalati.
Non brillava certo per chiarezza, tanto che una suora gli gettò in faccia il
registro sul quale egli annotava le ricette con una scrittura impossibile.
Più di una volta rischiò la consegna per il disordine del proprio letto: «Non
ho tempo di farlo», si scusava, ed era vero. A se stesso non aveva tempo di
pensare, pensava agli altri senza risparmiarsi. E durante un’epidemia di tifo
si prodigò talmente da esserne infetto lui stesso per quaranta giorni. Tutti
allora gli furono intorno pieni di premure, superiori compresi, i quali si
erano ormai abituati a chiudere un occhio sulle sue sbadataggini, come quando
rovesciava la cesta dei medicinali o mandava in frantumi qualche termometro.
Anche dopo il servizio militare, la porta dell’ospedale militare gli rimase
sempre aperta, ed egli ne approfittò per fare molto bene a tutti.
Segno di contraddizione
—
Oh, bentornato, Giovannino! Come ti è andata la
naia?...
Il vociare chiassoso degli amici di un tempo diede a Giovanni un po’ di
coraggio, anche se l’anno scolastico non cominciava precisamente sotto
propizia stella. Sapeva benissimo, Giovanni, che il servizio militare era
stato voluto dai superiori per rimandare la difficile decisione che
riguardava il suo sacerdozio. Si adagiò nel suo banco, in attesa che
cominciasse la lezione.
Ed ecco che entra in classe il professore, poi nientemeno che lo stesso
rettore!
— Oh, Calabria, voi qui?
— Sì. Don Scapini mi ha detto di venire in teologia.
Il rettore tace. Cammina avanti e indietro, finalmente emette la sentenza, in
tono duro:
— E’ meglio che ripetiate l’ottava. Sì, ritornate in ottava (terza liceo).
Giovanni Calabria si alza, raccoglie i suoi libri, esce trepidante dal banco,
riverisce rettore e professore e si avvia in silenzio verso l’aula della
terza liceo. I piedi non lo reggono bene, ma ha il coraggio di aprire la
porta e di affidarsi all’altra scolaresca, che lo accoglie sorpresa.
L’andamento dell’anno scolastico non è troppo incoraggiante, e all’esame di
greco — l’osso duro di Giovanni — Don Scapini si reca in seminario per
sostenerne le sorti.
— Gliel’hai dato un sei? — chiede dopo l’esame al professore di greco, suo
vecchio amico.
— No, non gliel’ho potuto dare. Non se l’è meritato...
— Possibile!... Possibile?... — esclama desolato Don Scapini.
— Le ripeto, non gliel’ho potuto dare...
Nuovo smarrimento di Don Scapini. Poi l’esaminatore esclama:
— Non gli ho dato un sei. Gli ho dato sette, perché se l’è meritato.
I due amici si presero a braccetto e andarono a prendersi «el nosin», la
specialità che Don Scapini teneva in serbo per le grandi occasioni.
Ma le difficoltà non erano finite per Giovanni. Si trattava di decidere se
Calabria dovesse vestire o no l’abito clericale, e il rettore rimaneva
perplesso, i professori divisi. Allora, nella seduta finale, intervenne Don
Scapini:
— Non conosco studente più pio, più umile e più obbediente di Calabria.
Nessuno più di lui merita di indossare l’abito sacro. Se decidete in
contrario, respingo ogni responsabilità: risponderete voi al tribunale di Dio
per questa vocazione!
La fermezza e l’autorità che godeva Don Scapini riportarono vittoria, e
Giovanni Calabria poté portare l’abito clericale e iniziare la teologia, ma
le difficoltà non cessarono ancora.
Quante persone dotte sarebbero ricorse a Don Calabria per avere consigli
anche in questioni molto intricate! E quale intelligenza avrebbe rivelato,
certo grazie al dono straordinario del consiglio che tutti gli riconoscono,
nella difficile arte di dirigere le persone che gli sarebbero state affidate
in seguito dalla Provvidenza.
Ma intanto bisognava affrontare la teologia. La sua intelligenza era
concreta, intuitiva e non discorsiva; in più gli rimaneva il vuoto di studi
degli anni in cui l’intelligenza discorsiva si forma. Quindi la teologia lo
fece sudare. Fortunatamente aveva una memoria tenace , e alla fine se la
cavò.
Gli ultimi esami li fece addirittura con l’antico rettore, che nel frattempo
era stato fatto vescovo di Verona: il futuro cardinale Bacilieri.
Al suo turno si estrae la tesi. Giovanni comincia la dimostrazione in latino:
— Primo punto, dalla Scrittura... — e giù gli argomenti.
— Secondo punto, dai Padri della Chiesa —, e le argomentazioni scorrono una
dietro l’altra che è una meraviglia.
— Et nunc venio ad tertium punctum, quod est cornutum (E ora vengo al terzo
punto, che ha due parti)...
— Basta così — interruppe il Vescovo, trasecolato per tanto sapere. E fu una
provvidenza, perché Giovanni il terzo punto non l’aveva preparato.
Come era diventato proverbio, «Calabria cascava sempre in piedi», così fu
ammesso al sacerdozio.
Sul giusto binario
In seminario lo studente
Calabria fu rimproverato dai professori perché disperdeva il tempo in opere
di carità e di apostolato a scapito dello studio. In realtà però non era
così: gli altri occupavano il tempo libero a ricrearsi, lui trovava gusto a
catechizzare i fanciulli e a consolare gli infermi. In questo comprensibile
sfogo ridonava equilibrio a se stesso e l’entusiasmo necessario per
proseguire in una vita di studio che non gli dava nessuna soddisfazione. Non
era un teorico, lui, e l’apparato scolastico senza questa evasione lo avrebbe
inibito. Si sentiva fatto per la vita, vibrava soprattutto per le opere di
carità. Sua passione erano le persone vive, specialmente le più sprovvedute.
Così nel periodo degli studi continuò a frequentare l’ospedale militare, e
con il suo confessore studiò un progetto di assistenza con tanto di
regolamento, di impegni precisi e perfino d’indulgenza, concessa dal Vescovo:
la pia opera di sollievo ai malati poveri. E intorno ad essa una rete di
benefattori.
Si applicò pure a spiegare il catechismo ai fanciulli nella chiesa di S.
Lorenzo. E come lo seguivano volentieri! Ci fu anzi un piccolo scavezzacollo
protestante che gli divenne amico al punto da farsi battezzare, cresimare e
diventare sacerdote!
A orientare definitivamente Giovanni Calabria sul binario della carità
intervenne un fatto provvidenziale. Era una tarda sera di novembre, nel 1897,
e il chierico Calabria tornava dalla visita a un giovanetto ammalato. Giunto
al cancelletto d’ingresso di quella casa, gli parve d’intravedere per terra
un mucchio di stracci: si chinò su di esso e sentì il respiro regolare di un
bimbo che dormiva.
Lo scosse dolcemente, e riconobbe in lui quel piccolo mendicante di sei anni
che in corso Castelvecchio chiedeva l’elemosina ai passanti mostrando il
topino ammaestrato che sapeva estrarre il «pianeta della fortuna» coi numeri
del lotto. Quante volte si era fermato a dirgli una buona parola e a dargli
l’elemosina! Se lo era fatto amico, e il fanciullo aveva fiducia in lui.
— Che fai qui, a quest’ora? — gli chiede.
— Mi hanno battuto, mi battono sempre...!
— Chi ti batte? Perché?
— Mi dicono che sono buono a nulla... Vogliono che porti a casa tanti soldi
ogni sera, se no sono botte. Anche oggi le ho prese. E sono scappato...
Il singhiozzo interrotto e soffocato si trasformò in uno scroscio di pianto.
— Vieni con me — gli disse Giovanni. E gli prese la mano, mentre con l’altra
il bimbo teneva stretta la gabbia col topolino e la scatola dei pianeti.
Mamma Angiolina non mosse lamento. La magra cena apparecchiata fu divisa in
due. Poi, aggiustato il materasso su tre sedie, Giovanni vi collocò il
bambino. Lui si accontentò dei pagliericcio.
Il mattino dopo Giovanni si consigliò con Don Scapini:
— Che ne facciamo?
— Bisogna esser cauti, raccogliere informazioni...
Le responsabilità giuridiche sono tutt’altro che trascurabili. Padre Natale,
confessore di Giovanni, aggiunse il consiglio di chiedere un «segno». E il
segno venne: un vestito per il bambino, dono di un ebreo. Poi un aiuto in
denari... Si poté desumere che il fanciullo facesse parte di una compagnia di
zingari, che probabilmente l’aveva rapito in un paese della riviera ligure e
forse per questo si guardava bene dal ricercarlo.
Il bimbo comunque trovò una sistemazione presso gli Artigianelli di Brescia.
E Giovanni Calabria, fatto sacerdote, fu condotto a interessarsi della
gioventù derelitta.
Le radici in su
—
Le
opere degli uomini sono come una piramide che poggia in terra e termina a
punta; le opere di Dio invece appoggiano in terra appena la punta. Noi abbiamo
le radici in su —–. Così dice Don Giovanni.
La sua opera, che si sarebbe tanto estesa, ebbe inizi umili e sofferti. I
primi sei anni di sacerdozio Don Giovanni li spese in varie opere di bene che
lo arricchirono di preziose esperienze pastorali. Soprattutto il suo
confessionale era molto frequentato: la gente, che fiuta il santo, lo
assediava per averne assoluzione, conforto, consigli. Quando c’era un malato
difficile, un moribondo, chiamavano lui. E il Cardinale pensò di farlo
confessore dei seminaristi.
Ritornò allora in seminario con un certo imbarazzo, rasentando i muri per non
farsi notare. Ma un gruppo degli antichi professori gli sbarrò il passo:
— Che siete venuto a fare voi qui?
— Mi hanno chiamato a confessare — risponde umilmente Don Calabria. Allora
Mons. Grancelli proclamò con il noto versetto biblico:
— La pietra scartata dai costruttori è stata posta a testata d’angolo.
Nei continui contatti pastorali gli saltò presto all’occhio la condizione di
molti ragazzi e giovani trascurati dalle famiglie e abbandonati a se stessi,
talvolta nella fame e nel vizio. Ebbe particolare cura degli spazzacamini che
scendevano dai monti nei mesi invernali.
Ai fanciulli e ragazzi abbandonati si prodigava per cercare un alloggio, una
sistemazione presso qualche istituto, ma non sempre vi riusciva. Allora li
portava a casa sua per settimane e anche per mesi, affidandoli alla mamma o a
qualche persona buona del vicinato. Cominciò con un frugoletto vivacissimo,
nel 1906.
Le noie che questi monelli procurarono alla mamma Angiolina furono tali che
essa si ammalò in modo grave. Giovanni temette di perderla. Si confidò allora
con il suo amico e benefattore, il conte Francesco Perez, al quale la
sistemazione dei fanciulli abbandonati stava a cuore come a Don Calabria.
Occuparsi ancora di loro? Ma come avrebbe potuto con la mamma in tali
condizioni? Alla fine Don Calabria decise:
— Se il Signore vuole che m’interessi dei fanciulli poveri, ridoni alla mamma
la salute almeno per un anno.
Contro ogni previsione, improvvisamente la mamma guarì. E i fanciulli
abbandonati continuarono ad avere ricovero presso di lui: uno, due tre...,
sei. In quella casa non ce ne stavano di più.
Trovarono allora una casa più ampia. Il 26 novembre 1907 il primo drappello
di sette «buoni fanciulli» entrava, in vicolo Case Rotte, nella prima casa
dei Buoni Fanciulli.
I commenti maligni del buon senso intanto galoppavano per la città secondo il
rituale obbligato di tutte le vite dei fondatori:
— E’ diventato matto! Non ne aveva altre da pensare! — e così via. I giudizi
maligni arrivavano, naturalmente, anche in seminario. Arrivò pure, in
seguito, la notizia che Don Calabria stava per prendere la casa di S. Zeno in
Monte. Il suo ex professore di teologia dogmatica un giorno lo incontrò per
strada e lo apostrofò:
— Cosa ti metti in mente di fare, Don Giovanni? Apri una casa così grande,
senza mezzi? Pensa bene a ciò che fai, perché corri il pericolo di screditare
tutto il clero veronese. Mettiti quieto, fa’ il prete, e non cacciarti in testa
di fare tante cose...!
— Lei, professore, mi ha insegnato la dogmatica. — replicò Don Calabria.
— Sì, mi ricordo...
— E mi ha insegnato le tesi sulla Provvidenza...
— Sì.
— Ebbene, professore: io cerco di mettere in pratica quelle tesi. Lei mi aiuti
con la preghiera!
Stanotte ho scoperto il Vangelo
— Ho bisogno di parlarti.
— C’è qualche disgrazia?
— Tutt’altro che disgrazia. Ti devo dire una cosa grande.
— Una cosa grande?!
— Sì! Ho letto tutto il Vangelo!
Con questo dialogo Don Calabria comunicava a un amico un fatto decisivo della
sua vita. E aggiungeva:
— Il Vangelo l’avevo letto e anche predicato, come prete. Ma ier l’altro,
dopo un giorno amaro, non riuscendo a dormire presi in mano il Vangelo e lo
lessi tutto, tutto in una notte. E n’ebbi una sensazione insolita. Che cosa
grande il Vangelo! Ne restai ammirato, stordito, senti, senti...
E voltava le pagine a salto, segnate in margine a matita.
— Senti! Non vi affannate per il cibo. Gli uccelli non seminano né mietono, e
il Padre mio li pasce... Se avrete tanta fede quanto un granello di senape,
direte a questo monte «spostati in là» e il monte si sposterà al vostro
cenno!
Era l’intuizione di grazia che avrebbe fondato e guidato d’ora in poi tutta
la sua Opera. Il numero dei fanciulli e ragazzi abbandonati aumentava, e
umanamente non si sapeva come mantenerli. Ma la Provvidenza cominciava a
venire incontro a Don Calabria nei modi più impensati.
Una mattina gli si presenta una vecchietta così mal ridotta, che Don Giovanni,
prima ancora che questa gli sia vicina, porta la mano in tasca per darle una
moneta in elemosina.
— No, no, reverendo. Non ho bisogno — gli disse la vecchietta. — Sono io che
voglio dare qualcosa per i suoi ragazzi —. E gli consegnò un biglietto di mille
lire, che allora valevano assai.
Gente umile e famiglie abbienti andarono a gara per aiutarlo. Le
fruttivendole di Piazza Erbe gli portavano frutta e verdura che rischiava di
andare a male, e spesso la Provvidenza gli veniva in aiuto in modi miracolosi,
come quando gli capitava di impegnare i suoi piccoli a pregare per gravi
necessità della Casa.
Quando la casa divenne piccola per il numero crescente dei fanciulli, pensò
di comprare un caseggiato più vasto. Cercò, contrattò, e finalmente decise di
comprare il grande caseggiato di S. Zeno in Monte, che dominava dall’alto la
città di Verona adagiata sul verde intorno al nastro scintillante del fiume
Adige.
Vi entrò il 6 novembre 1908 e vi stabilì il suo quartiere generale.
Di lì l’opera dei Buoni Fanciulli si estese ad altre città, e giunse anche
lontano, molto lontano! Dapprima si portò a Costozza di Vicenza, a Este in
quel di Padova; poi a S. Giacomo di Vago, a Negrar... Giunse a Roma, a
Milano, a Ferrara, a Napoli, in Calabria. Infine varcò i confini dell’Italia
per raggiungere le terre lontane dell’India, del Brasile e dell’Uruguay,
Argentina, Paraguay e Angola, in Africa; Russia e Romania, in Europa...
Ogni fondazione è una storia di fede e di Provvidenza. Quando Don Calabria
trovava forti difficoltà, metteva nel terreno della fondazione la sua «mina»,
cioè una medaglia di S. Benedetto; questa col tempo funzionava, buttava
all’aria gli ostacoli, e i Buoni Fanciulli avevano una nuova casa.
Evidentemente un’opera così vasta non poteva sostenersi senza le braccia di
collaboratori generosi, pronti ad ogni sacrificio. Ed ecco che, insieme coi
fanciulli e i giovani abbandonati, la Provvidenza mandava a Don Calabria
persone coraggiose e ricche di virtù, come il conte Francesco Perez, che già
si era appassionato alle sue opere caritative, Don Desenzani, e tanti altri
che col tempo divennero centinaia. Non senza travaglio Don Calabria diede
loro una regola di vita, che, ancor prima del Concilio, dava parità di
diritti a sacerdoti e laici, uniti in un solo vincolo d’amore nell’istituto
dei Poveri Servi della Divina Provvidenza.
Poi vennero anche le donne: grandi figure femminili impegnate in ogni
esercizio di carità sotto il nome di Povere Serve della Divina Provvidenza.
Tutto gli si allargava nelle mani, e anche il suo cuore si dilatava.
Difficoltà insormontabili sembrarono più volte rovesciarsi sulla sua grande
famiglia, ma Don Calabria sapeva che l’Opera non veniva da lui: la
Provvidenza l’avrebbe sorretta in mezzo a tutte le tempeste. Insieme con le
opere caritative a favore della gioventù abbandonata, Don Calabria si prese a
cuore tutti i grandi interessi della Chiesa, fondando, ancor prima del
Concilio, un centro di ecumenismo nell’abbazia di Maguzzano (Brescia),
assumendosi il sostegno dell’Unione Medico Missionaria Italiana che invia
medici volontari in aiuto dei popoli sottosviluppati, sostenendo le vocazioni
sacerdotali e religiose senza distinzione di orientamenti, appoggiando ogni
iniziativa del Papa, dei Vescovi e della Chiesa.
Negli anni burrascosi della seconda guerra mondiale Don Calabria era un nome
aureolato di prestigio carismatico, la sua parola era accolta come una
profezia, e i protagonisti della vita della Chiesa gli furono amici, come il
card. Schuster di Milano che gli scriveva per chiedergli consiglio e
per consolarlo durante la malattia.
Il grande servo della
Provvidenza
Padre, non ce la facciamo
più. Manca ogni cosa, nessuno ci viene in aiuto...
Don Calabria ascolta in silenzio il discorso di quel Superiore di una delle
case dell’Istituto, poi si raccoglie a meditare la decisione. Alza infine gli
occhi e dice al Superiore:
— Qui la Provvidenza vi prova al sommo grado. Per questo, non avendo altro da
mandarti, ti mando questa povera creatura, che costa il sangue di Dio.
Ricevila in suo nome e per amore, e la casa acquisterà un nuovo miliardo...
—. E gli affida un bambino.
Un’altra volta, consegnando un fanciullo deficiente ai Fratelli dell’Ospedale
di Negrar, disse loro:
— Tenetelo caro. Con la fede vale un miliardo!
Don Calabria sapeva quanto vale un uomo, quanto vale soprattutto un cuore in
grazia di Dio. Ed era convinto che la Provvidenza non può mancare. Quante
volte, anche di notte, meditava la parola del Vangelo:
— Cercate prima di tutto il regno di Dio. Il resto vi sarà dato in sovrappiù.
E ci credeva sul serio. E voleva che i suoi figli ne avessero la stessa fede.
— Urge il ritorno pratico alle pure sorgenti del Vangelo... O si crede, o non
si crede; se non si crede, si stracci il Vangelo — diceva.
Per inculcare ai suoi figli queste convinzioni Don Calabria, come gli altri
grandi testimoni della Provvidenza, ricorreva a fatti molto concreti di forte
pedagogia. Una volta mandò un sacerdote sulla terrazza a battere i secchi. La
gente pensava che battesse per arrestare le api che sciamavano, ed era invece
per attirare la Provvidenza, e questa venne.
Un’altra volta mandò un sacerdote a battere alla porticina del tabernacolo di
Gesù. Il sacerdote bussa con le nocche della mano, e poco dopo la Provvidenza
arriva generosa.
La storia dell’opera di Don Calabria è tutta intessuta di fatti del genere,
tanto che anche i suoi figli ormai ricorrevano ai metodi del Padre.
Un giorno dell’ultima guerra, ad esempio, venne a mancare il sale in una
casa. Il Fratello Economo mandò allora un bambino di quinta elementare in
chiesa a invocare la Provvidenza.
Il bambino va, prega, ma il sale non arriva. Il Fratello allora manda un
altro, poi un altro. Alla porta intanto si presenta un povero e domanda la
carità di un pizzico di sale. Il Fratello va in cucina e lo domanda alla
Suora. Ce n’è solo un bicchiere, il povero può essere contento: lo riceve e
ringrazia. In casa il sale è proprio del tutto esaurito.
Allora arriva una telefonata che avverte di andare a prendere oltre dieci
chili di sale. Gratuitamente!
Un giorno Don Calabria si trovava privo di denaro e pressato dalla necessità.
Andò a rovistare nella buca delle lettere, e vi trovò cinquanta lire. Prese con
sé un sacerdote di casa, e andò a «seminarle» tra i poveri delle vicinanze,
convinto che la Provvidenza lo avrebbe aiutato in pieno. E così fu.
Un’altra volta volle dare lezione di fiducia nella Provvidenza ai suoi
novizi. E diede a ciascuno di essi dieci lire.
— Son venuto a rifornirmi — disse loro —. Il noviziato è il luogo di
rifornimento. La Provvidenza ci protegge in modo miracoloso...
Usciti di chiesa, dopo la visita all’Eucaristia, disse loro:
— Vi avevo dato una piccola offerta...
— Sì, — risposero — dieci lire.
— Ecco, — soggiunse — le avete fatte fruttare. E consegnò al Maestro
settecentocinquanta lire che nel frattempo la Provvidenza gli aveva mandato.
Questo ricorso alla Provvidenza non esimeva dal lavoro o dalle ragionevoli
industrie umane:
— La prima Provvidenza è la testa sul collo — soleva dire. — Anche agli
uccelli il Signore ha dato la testa e il becco.
Ma al di là di ogni umana diligenza, Lui e il suo Istituto avrebbero dovuto
gridare al mondo la pagina dimenticata del Vangelo della Provvidenza:
— Il fine speciale della Congregazione — scriveva nelle Costituzioni della
sua Opera — è di ravvivare nel mondo la fede e la fiducia in Dio, Padre di
tutti gli uomini, mediante l’abbandono totale nella sua divina Provvidenza
per tutto ciò che riguarda le cose necessarie alla vita, secondo
l’insegnamento del Signore: «Cercate in primo luogo il Regno di Dio e la sua
giustizia, e il resto vi sarà dato in sovrappiù ».
Sento che il Signore mi
vuole bene
Siamo al 3 dicembre 1954.
Al mattino la radio mette in allarme il mondo per la salute del Papa Pio XII.
Don Calabria ne è informato da uno degli assistenti:
— Padre, bisogna pregare tanto per il Papa, perché sta molto male.
Don Calabria allarga le braccia, leva lo sguardo al cielo e con un filo di
voce esclama:
— Offro ben volentieri la mia povera vita per lui.
Poi si raccoglie e prega.
A un tratto si scuote e dice — E’ accettata!
Il pomeriggio è un po’ più tranquillo. Sembra anzi assorto in un pensiero che
lo consola. A un certo momento con grande serenità sospira:
«Sento che il Signore mi vuole tanto bene». Anche il pensiero della Mamma
celeste gli dà fiducia, e quasi preso da un entusiasmo giovanile che
meravigliò i presenti, si mise a canticchiare la nota canzone :
— Quando penso alla mia sorte — che son figlio di Maria, — ogni affanno, o
Madre mia, — s’allontana allor da me.
Dolcemente cade nel sonno, e si risveglia solo nella luce di Dio.
Il vocabolario di Don Calabria
Amare
— Credi, l’importante è conoscere e fare la volontà di Dio.
— Ma cosa vuole da me il Signore? — pare che tu mi dica.
— Ama!
Attenti!
Attenti alle arti del nemico: vorrebbe rovinare il disegno meraviglioso che
il Signore ha su ciascuno di voi. Lasciatevi condurre dal Signore, sotto il
manto della cara Mamma celeste.
Bontà
Sii buono e sarai sempre giovane
sii buono e sarai sempre ricco
sii buono e sarai sempre felice.
Carità
E’ come il sole: penetra dappertutto.
Demonio
Satana non teme la mediocrità, ma non può far nulla con le anime generose.
Dio
Dio tiene gli occhi fissi su di voi: vi attende, aspetta che vi leghiate a
Lui, per poi affidarvi grandi imprese.
Elemosina
L’Eucaristia è il cibo di Dio per gli uomini, l’elemosina è il cibo degli uomini
per Dio.
Fiducia
Fidiamoci del Signore. In un mondo che si allontana sempre più da Dio,
accendiamo in noi la fiamma della fede che rischiari anche ad altri il
cammino.
Gesù
Gesù ti ama, Gesù ti vuol bene, Gesù ti è vicino.
Non guardare ai più:
guarda ai pochi e segui Gesù.
Lontananza
Fra voi e il povero che beneficate non vi sia lontananza, perché tanto voi
quanto quei poveretti avete lo stesso Padre, lo stesso Redentore, lo stesso
fine.
Mondo
Dobbiamo guardare al mondo come se fosse cosparso di perle preziose: sono le
anime che aspettano Dio.
Nave
Al timone della nave c’è il nostro Padre celeste: di che temere? Verranno le
tempeste: niente paura! Il Timoniere non fallirà il suo compito e noi
giungeremo sicuri al porto della salvezza.
Orfani
Sono i nostri miliardi.
Oro
Appoggiato alle grucce dell’oro, il Vangelo non farà molta strada.
Poveri
I poveri ci sono per la salvezza dei ricchi.
Provvidenza
La prima Provvidenza è le testa sul collo. Anche agli uccelli il Signore ha
dato la testa e il becco. Ma soprattutto «Cercate in primo luogo il Regno di
Dio e la sua giustizia, e il resto vi sarà dato in sovrappiù».
Redentore
Se i redenti vivessero da redenti sarebbe più facile credere al Redentore.
Servire
Nel regno di Dio il più grande è chi serve.
Tesori
I nostri tesori sono: le creature abbandonate, reiette, disprezzate: vecchi,
malati, peccatori...
Unione
Un legno non fa fuoco, due legni un focherello, tre legni un fuoco bello.
Vangelo
Studiate di essere tanti Vangeli viventi. Il mondo ha bisogno solo di questo.
Urge il ritorno pratico alle pure sorgenti del Vangelo.
O si crede, o non si crede; se non si crede, si stracci il Vangelo.
Zero
Zero e miseria, buone condizioni!
Dopo un
giorno amaro, non riuscendo a dormire presi in mano il Vangelo e lo lessi
tutto, tutto in una notte. E n’ebbi una sensazione insolita. Che cosa grande
il Vangelo!
LA DESCRIZIONE DEL MIRACOLO
è tratta dal sito:
www.lamico.it
LA BIOGRAFIA DI DON CALABRIA,
è tratta dal sito
www.doncalabria.it/
Questa
pagina è stata realizzata grazie alla ricerca effettuata dal sig. Mario Cosciotti
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