Donne, uomini e ragazzi,
molti giovani ed
anziani,
forestieri e petrellani
d’ogni ceto e d’ogni
età,
nella notte ancora fonda
son riuniti, un po’
assonnati,
ben coperti e ben
calzati,
per partir verso le tre.
Fernandino e Gianni
Rosci,
(della razza Giancarlone),
han riunito le persone,
appiedate o con i bus.
Ecco, è pronto già
l’alfiere
con in braccio lo
stendardo;
qualcheduno sta in
ritardo
ma alla fine arriverà.
Caricati su due Panda
pacchi, borse e
vettovaglie,
giacche a vento, sciarpe
e maglie,
s’incomincia ad andar sù.
Iniziando la salita,
il percorso è
illuminato;
dorme tutto il vicinato;
son passate già le tre.
Sosta e prece pei
defunti,
è un pensiero doveroso,
“dona a loro, o Dio, il
riposo,
in eterno all’aldilà”.
Superato il cimitero,
ecco, un’ombra ci
intercetta,
con gran coppola e
maglietta
tutta a strisce verdi e
blu;
il suo viso non si nota,
lì nell’ombra tra le
fronde
con il buio si confonde:
Ildefonso giunge a noi.
Col bastone e la
tracolla
come un santo
pellegrino,
lui si unisce nel
cammino
verso Santa Trinità.
Qui finiscono le luci
ma nel buio ognuno vede,
con la torcia o con la
fede,
il sentiero che si fà.
Affrontando la salita
ecco, il gruppo già si
sgrana
ma, con carità
cristiana,
ci si aspetta e si rivà.
Il proverbio dice: “Poco
dura il trotto del
somaro”,
ma un cavallo come
Alvaro
spinge il passo e avanza
sù.
Ecco intanto Gabriella,
(per intenderci, la
roscia),
già si sente un poco
floscia
poi, però, ce la farà.
Va Secondo e tira
avanti,
con un passo cadenzato,
come quando era soldato
tanto tanto tempo fa.
Io cammino e seguo
Andrea
che s’è preso lo
stendardo,
sembra un giovane
gagliardo.
Forza classe! Io sono
quà!
Con il fresco della
notte
la fatica è mitigata,
ma si pensa a quanta
strada
c’è da fare fin lassù.
Dalla croce della Serra
ammiriamo il panorama,
ma Ildefonso ci richiama
per pregare insieme a
noi.
Con un pallido chiarore
si profila lo scenario,
mentre intonano il
rosario
ed ognuno guarda giù.
Dopo tanta arrampicata,
per finir la penitenza,
qui la strada va in
pendenza,
si cammina un po’ di
più.
Si, però senti che
arietta!
Proprio quando arrivi in
cima
trovi ch’è cambiato il
clima;
mamma mia che freddo fa!
Dalle macchine
d’appoggio
si prelevano i giacconi,
i berretti ed i
maglioni,
per coprirsi ancor di
più.
Tra un Mistero, un Ave e
un Gloria
ecco qui Camporotondo,
tutti dormono profondo;
noi si passa via, e si
va.
Sali e scendi per la
macchia,
tra le cime e tra le
valli;
se non senti male ai
calli,
tempo buono ci sarà.
Approfittano le donne,
la vescica è un po’ in
subbuglio;
vanno in cerca di un
cespuglio
per un po d’intimità.
Ed ormai la luce
aumenta,
e alla fin della discesa
si presenta una distesa:
Cesacotta e lì per noi.
Ora qui si fa la sosta
per la prima colazione:
si recupera il borsone
coi panini ed il caffè.
Ci si siede sopra
l’erba,
o sui sassi o sulle
giacche,
tra le torte... delle
vacche,
tutti in piena
libertà...
Oramai è giorno fatto;
tutti ben rifocillati,
camminiamo in mezzo ai
prati
verdi, sotto un cielo
blu.
Giunti al Campo della
Pietra,
resta ancor l’ultima
sfida:
una ripida salita
fino al valico lassù.
Però, prima di
affrontarla,
tutto il gruppo prega
ancora,
si riposa e si rincuora,
si fa il segno, parte e
va.
Piano piano, col
fiatone,
respirando a bocca
aperta
arranchiamo su quell’erta;
complimenti a tutti noi!
Finalmente! Ecco il
parcheggio;
da qui in poi sarà
discesa;
ma restiamo un po’ in
attesa
dell’arrivo dei due bus.
Mamma mia le bancarelle!
È un mercato di paese!
Merce indigena e cinese,
quasi fossimo al bazar.
Ecco, arrivano i due
mezzi
pieni zeppi di persone;
ci si unisce in
processione
per la strada che va in
giù.
Tra i salami e le
caciotte
tra i quadretti e i
ricordini,
iniziamo dai gradini,
poi si scende sempre
più.
E’ un sentiero
mozzafiato,
panorama affascinante;
la vallata sottostante
quasi i brividi ti dà!
Maestose, ecco le rocce!
Giù riecheggiano le voci
sopra quelle mille croci
che la fede qui posò.
Qui gli astuti candelari
fanno appello alla
credenza,
con quei ceri
d’indulgenza
che tu accendi lì per
lì.
Poco prima dell’arrivo,
tutto il gruppo si
compone
per cantare la canzone
della Santa Trinità.
E cantando, tutti in
coro
piano piano, ognuno sale
quelle sante e antiche
scale
che riscendono dilà.
Nella piccola chiesetta
ricavata in roccia viva
il fedele che vi arriva
guarda, prega, passa e
va.
Ma scrutando nel
profondo
quegli affreschi
bizantini,
chi sa quanti pellegrini
han trovato pace qua.
Camminando lentamente
si riscende giù a
ritroso;
e il devoto, fiducioso
spera in chi lo
esaudirà.
Dopo varie devozioni,
nel lasciare il luogo
santo,
si alza al cielo il noto
canto
alla santa Trinità
“Viva Viva e sempre
Viva!”
Canta e prega, o
pellegrino,
chè la fede del vicino
quella tua rafforzerà.
O che sia per devozione
o per sport o come gita,
una volta nella vita
devi andarci pure tu.
Gerardo Rosci