|
I belli ed intensi versi che seguono sono
testimonianza dell’affetto che lega il cappadociano alla sua terra, pur lontano
nei luoghi dell’emigrazione, o nei vari fronti di guerra, il ricordo e la
nostalgia tengono desto l’amore per il proprio paese...
O
Cappadocia mia quanto sei bella
dai verdeggianti
boschi sei adornata
delle sorgenti
Liri sei la stella
sia benedetto il
dì che tu sei nata.
Tu sei un posto
di villeggiatura
per l’aria fresca
non c’è paragone
tu sei lo
specchio di madre natura
chi ti conosce ti
può dar ragione.
Io ti ricordo
sempre con affetto
la fiamma ardente
dell’età novella
tu sei rimasta
sempre nel mio petto
del firmamento
sei la meglio stella.
Sono stato quasi
sempre a te lontano
salpando i mar ed
immensi deserti
pareva come
stringerti la mano
pareva come
sempre rivederti.
Per tanti anni in
quelle sabbie ardenti
restando privo
d’acqua e di frescura
e posso dir da
mille patimenti
era così diversa
la natura.
Ma quando al mio
paese ripensavo
ricco di laghi,
fonti, fiumi e boschi
l’animo mio
sempre più fiaccavo
perché languivo
in quei luoghi loschi.
Non c’era acqua
né vegetazione
ma aria afosa e
clima logorante
a tutti avremmo
fatto compassione
come nella
partenza l’emigrante.
Uscito dal
deserto insidioso
son ritornato a
Cappadocia mia
con quell’orgoglio
sempre tanto ansioso
respiro
finalmente l’aria mia.
E’ l’aria dei
monti fresca e pura
da secolari faggi
ossigenata
è l’aria che ci
dà madre natura
è l’aria che non
va dimenticata.
Io penso a chi
l’oceano ha salpato
ricorderà la
Cappadocia sua
non posso dir che
avrà dimenticato
il bene e il male
e la famiglia sua.
Io grido sempre
“viva il mio paese”
benché è da anni
che ci sto lontano
non faccio né
l’inglese né l’indiano
ma dico a tutti
son cappadociano.
Se a questi versi
miei qualcuno brinda
che voglia
riconoscere il paesano
son Peppinitto
della fu Clorinda
che vi saluta e
vi stringe la mano.
Giuseppe
Cosciotti
|