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Raccolta la
legna, si accendono i fuochi;
si attivano insieme tre abili cuochi
che, stirpe gloriosa di vecchi mulari,
riportano in vita gli antichi “callari”.
Ognuno si attiva
per far la polenta
c’è, invece, chi guarda, sorride e commenta,
ma non perchè pensa di esser più sveglio,
ma solo perchè non saprebbe far meglio.
C’è, poi chi si
gode il verde ed il sole,
che non sa far nulla, oppure non vuole
e aspetta che i cuochi abbian tutto finito
ed essere pronto a piatto servito.
Il far la
polenta, sappiamo che è un’arte,
che è inutile dir o inchiostrare le carte
con mille ricette di cuochi di grido;
io solo di quelli nostrani mi fido.
E qui già vediamo che l’arte vien fuori,
che il lento girare sprigiona gli odori
di buona ventresca, di sugo sublime
che invadono i boschi e le valli e le cime.
E gira e gira, il
cuoco lavora
l’impasto che denso già sbuffa da un’ora;
è pronta! La versa e la spiana; poi spande
su assi di legno le attese vivande.
Gli amici spariti
ritornano in frotta
ché il cuoco ha gridato: “la zuppa l’è cotta!”
Nessun
era a dieta, nessuno bisticcia;
che buona polenta! Che
buona salsiccia!
“Mangiate!
Mangiate!” Incalzano i cuochi,
“ce n’è in
abbondanza, che ognun si strafochi!
Così presentata,
si mangia, di norma,
usando le mani e bandendo ogni forma!”
Ognuno ha le mani
e le dita bisunte;
qualcuno con gusto ne succhia le punte;
nessuno si cura del cane che aspetta
sperando che in terra ne cada una fetta.
Tra i fumi del
vino, un uomo giocondo,
comincia a parlar della fame nel mondo:
“ognun, sulla
terra deve esser più giusto!”
e manda giù un rosso con tanto più gusto.
Ed eccola, tutta l’allegra brigata
riposa, alla fine di questa crociata.
Qui c’erano
tutti, mancavo sol io
che ero lontano dal tetto natio.
Son tutti
satolli, si siedono a schiera
Sui sassi
consunti di quella salèra, (*)
In posa si fuma,
si parla e si ride
di quelle salsicce in un lampo sparite.
Da un lato è
pieno persino quel cane,
dall’altro son vuote le due damigiane;
al centro qualcuno si copre col braccio
la bocca, ché sente salire un rinfaccio.
La prossima
volta, però, vi scongiuro
dovete invitarmi, se no sarò duro
con delle strofacce talmente cattive...
Se no, sai che c’è?
“me llo faccio fa sive”(**)
(*) la salera era un
insieme di pietre sulle quali i pastori mettevano del sale per gli animali per
integrare la loro dieta.
(**) “me
llo faccio fa sive”= non faccio sciocchezze, non mi impiccio, me ne sto
tranquillo risparmiando energie ed accumulando grasso, cioè sego (sive ), dal
momento che una persona grassa, un tempo, dava l'idea di buona salute e di
benessere.
Gerardo Rosci
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