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IL PRESEPE VIVENTE


 

 

Spegnete per un attimo i motori,

ché voglio riascoltar la valle mia

e ritrovare ancor gli antichi odori

e la gente che passa per la via,

 

e ricordar gli amori in mezzo al fieno

e risentire bisbigliare il vento

vecchie canzoni, che ho serbate in seno,

di un tempo che è volato in un momento.

 

Questa mia valle, appesa tra due monti

come rete intessuta di colori,

era un tripudio di ruscelli e fonti

e boschi e prati e grano ed erbe e fiori.

 

L’allodola cantava verso il cielo,

d’estate, al tempo della mietitura,

e squittiva la quaglia e, sopra il melo,

la cicala esaltava la calura.

 

Se chiudo gli occhi io rivedo i tetti

antichi e belli, ancora con i coppi,

le grondaie di legno coi travetti,

che ahimè, di oltraggi ne han subiti troppi.

 

Rivedo il fumo e sento quell’odore

che sale dalle canne dei camini,

che portava con se anche il sapore

della frugale cena dei vicini.

 

Sento ancora venire su dal forno

odor di pane caldo e ciambelloni,

che si spande nell’aria tutt’intorno,

a stimolare dolci tentazioni.

 

In questo guazzabuglio della mente,

vedo bambini correre felici;

sento ancora il vociare della gente;

rivedo tanti cari vecchi amici.

 

E questa gente calma e senza boria,

con il sorriso semplice e cordiale,

si ingigantisce nella mia memoria

che esalta il bene ed attutisce il male:

 

gente nobilitata dal lavoro,

uomini fieri, dal saluto amico,

volti pacati; io rivedo in loro

statue solenni di un presepe antico.

 

 

Io li rivedo in altra dimensione,

operosi nei campi o nella strada,

in casa o in chiesa, assorti in orazione,

come per un Natale senza data.

 

Vedo animali bere su alle fonti,

scorgo figure di pastori veri

che salgono ogni giorno verso i monti,

seguendo il gregge su per i sentieri;

 

poi alla sera, al suon di campanelle,

con a tracolla ombrelli e tascapani,

in mezzo a capre, pecore ed agnelle,

riscendono in paese insieme ai cani.

 

Vedo tornar le donne coi panieri

e i contadini con la vanga in spalla;

vengono e vanno muli e mulattieri,

chi verso i prati, chi verso la stalla.

 

Io sento risuonare, alla mattina,

il tintinnar del maglio sull’acciaio

dell’incudine e, dentro la fucina,

vedo sudato il viso del ferraio.

 

Laggiù alla fonte vedo delle donne

a risciacquare i panni e a raccontarsi

le novità del luogo, e quelle gonne

che s’alzano di dietro nel chinarsi;

 

mentre i ragazzi fingon di giocare

e ammiccano, spiando divertiti,

quelle strisce di cosce grasse e chiare

tra il bordo delle calze e dei vestiti.

 

Presso un camino acceso si riposa

un uomo; è stanco e c’è con lui una donna

stanca anche lei, ma è calma e premurosa;

sembrano un San Giuseppe e una Madonna.

 

E intorno tanti figli, sani e belli,

nati e cresciuti tutti un po’ alla svelta,

dentro i vestiti ch’eran dei fratelli;

la moda, allora, non offriva scelta.

 

Io queste scene le conservo ancora

gelosamente , chiuse nel pensiero,

per riscoprirle, vive come allora,

quasi in un sogno che mi sembra vero.

 

Solo ricordi, ingenua illusione,

ma è dolce immaginare, oltre una siepe,

un paesino pieno di persone,

quasi come se fosse un bel presepe.

 

 

Gerardo Rosci