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STORNELLI CAPPADOCIANI E PETRELLANI


 

 

Gli stornelli, come si sa, non sempre erano un'espressione  d'amore corrisposto; molti stornelli erano "a dispetto". Tra quelli che io ricordo,  dei nostri paesi, c'erano anche questi e la loro melodia era quella, abbastanza nota, della “Ciociara”:

 

“E quando la ciociara se marita, chi je tira lo spago e chi la ciocia;

ma quando la ciociara s’è maritata, lo spago è rotto e la cioci’è sfasciata”.

 

 

Nello stornello che segue, la donna, per la quale si nutre un sentimento di antipatia e/o di rancore, viene paragonata ad una mora di rovo (moricola) che, come si sa, dopo un’abbondante pioggia, perde il sapore e la fragranza

 

Moricola, moricola de fratta,

che più te lavi e più diventi brutta,

che più te lavi e più diventi brutta;

tu sprechi lo sapone e sciupi l'acqua.

 

  

Molti stornelli, per una questione ritmica od eufonica, spesso iniziano con la congiunzione E:

 

E tutte se maritano e a  ti 'n 'te tòcca,

mittite 'na campana e fatte vacca

mittite 'na campana e fatte vacca

e vàttenne a jo monte della Rocca.

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  ..e se t’acchiappo sòla pe lla macchia,

te faccio fa jo strillo della ranocchia.

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E me so 'namorato de 'na cioppa

non la pozzo arivà pe quanto scappa,

non la pozzo arivà pe quanto scappa,

ma se la chiappo I ci monto 'n groppa!

 

 

Quando i pastori facevano il formaggio e la ricotta, offrivano, ad un eventuale ospite, una zuppa di pane sul quale veniva versato del siero e della ricotta calda (la mpanata). Qui la ragazza si è fatta sedurre per un piatto di ricotta....

 

...te la sei fatta fà da un pecoraro,

pe 'na magnata de ricotta e siero. 

 

e queti altri:

 

Pecorarello mio, pecorarello,

alla capanna tua c'ho fatto un ballo,

alla capanna tua c'ho fatto un ballo;

c'ho fatto una mazurca e un saltarello.

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Quando jo pecoraro va a maremma

se crede d’esse giudice e notaro;

la coda della pecora è la penna,

jo sicchio dello latto ‘o calamaro.

 

 

Un altro stornello era questo, molto carino e romantico, soprattutto per un'innamorata dei nostri paesi che sospirava pensando al suo ragazzo (mulattiere o pastore) che viveva lontano tra i monti e i boschi nella solitudine della sua capanna:

 

E lo mio amore sta alle capannelle,

me manda li saluti per le  stelle, 

me manda li saluti per le  stelle 

e li bacetti per le rondinelle.

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E lo mio amore se chiama... se chiama...

...non te lo pozzo dì, ché me sse sciupa.

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Sapessi quant’è stupida la donna,

porta le mele in petto e non le magna,

porta le mele in petto e non le magna,

quando piglia marito gliele consegna.

 

 

...e al ritmo del saltarello, una strofa  che si addiceva ai nostri mulattieri per i quali la perdita di una bestia rappresentava un enorme dolore.

 

Zitta mà, zitta mà,

che te dicio la verità:

me ss'è morta la cavalla;

balla tu, ché a mi 'on me va.

 

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Questo è un frammento di una canzone che si sentiva cantare negli anni della prima metà del ‘900; la melodia era quella della canzone che si ascolta ancora oggi ”Sia maledetta maremma, maremma...”:

 

 

Chi te ll’ha fatta ‘ssa bella sottana?

Eh, me lla fatta la mia mamma bona.

Mo che ss’è morta, so rimasta sola;

ritorno alla montagna , montagola:

ritorno a quella misera capanna

dove la neve non si strugge mai;

dove la neve non si strugge mai;

dove tramonta la luna la sera.

 

 

Ecco un'altro stornello che ripeteva spesso mia madre, soprattutto quando si parlava della bellezza delle donne che svanisce:

 

E le bellezze della Filomena

Se l’è portate via la tramontana

Se l’è portate via la tramontana

Povera Filomena, quanto pena!

 

Ricerche di Gerardo Rosci